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“SELFIE, SELFIE DELLE MIE BRAME, DIMMI: CHI E' LA PIU' BELLA DEL REAME?”

“Specchio sii più gentile oggi se ce la fai/Ho l'anima fuori servizio e un vizio/
Di forma di sostanza e non passa mai [...] Specchio questa mattina quanti anni mi dai/il cuore non mi parla spesso, ha smesso/spento, riacceso non funzionerà mai/sai che lo so”
(Specchio, Subsonica)

“Mago dello specchio magico, sorgi dallo spazio profondo, tra vento e oscurità io ti chiamo. Parla! Mostrami il tuo volto!” invoca la Regina nella favola di Biancaneve e i sette nani. E poi continua: “Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?” “Bella, sei tu bella oh mia Regina” - risponde lo Specchio - “ma attenta: al mondo una fanciulla c'è vestita sol di stracci, poverina, ma ahimè, assai più bella è di te!”

Nell'interrogare il suo specchio la matrigna di Biancaneve cercava di instaurare un dialogo con qualcuno, il Mago, che potesse confermare con assoluta sicurezza che era la più bella del reame, che nessuno le fosse rivale.

Ma chi è il Mago? E' veramente un'entità separata dalla stessa matrigna? É davvero un elemento contenuto in un oggetto, lo specchio, la cui funzione è quella di riflettere in questo caso, un volto, un corpo?

Come spesso accade nelle favole gli oggetti assumono caratteristiche umane (come ne “La Bella e la Bestia” ad esempio) o a loro si attribuiscono pensieri ed azioni che per le persone possono essere impensabili. Come è impensabile per la matrigna che qualcun altro possa essere più avvenente di lei e toglierle in qualche modo il potere della seduzione.

Il tema dello specchio e della bellezza, come si sa, è antico, tanto da trovare la sua culla anche nel mito, nella figura di Narciso il bellissimo adolescente che nello specchiarsi nelle acque di un fiume si invaghisce della propria stessa immagine, ma che non riconosce come sua, mentre l'amore gli scivola accanto senza che neppure se ne accorga. 

Lo specchio dunque, come strumento di controllo, ma anche di riconoscimento. Uno strumento che rischia di diventare una condanna se non si va oltre il suo confine.

Allora ci siamo fatti una domanda: “Ma i selfie stanno in qualche modo oggi sostituendo lo specchio? E se sì, con quale valenza?”

Di primo acchito verrà detto subito di no, che il selfie non ha niente a che fare né con il mito di Narciso, né può sostituire lo specchio. D'altro canto però molti selfie vengono proprio fatti davanti a questo oggetto, tanto che una società inglese, la Smart Ltd, ha inventato lo specchio da installare sul muro per farsi dei selfie perfetti. Si chiama Selfie Mirror dove Selfie è l'acronimo di: “Self Enhancing Live Feed Image Engine”, ovvero un mini Mac nascosto dietro ad uno specchio supportato da webcam e luci al Led garantendo un'illuminazione “da favola”.

Ebbene, ormai l'andamento del mercato va sempre più nella direzione di rispondere al meglio alle esigenze della gente piuttosto che riflettere sul perchè. Ed è naturale direte voi: Business is business.

Ed allora tocca a noi stimolare una riflessione in questi termini per cercare di comprendere se un selfie fatto da un adolescente è un modo per comunicare, per mostrare, per dire senza parlare, diffondendo nell'etere frammenti di sé che sostanzialmente rimangono tali per sempre. Che sia un tentativo di fermare un'immagine, di creare un fotogramma di se stessi che renda possibile ciò che non lo è, ovvero trasformarsi in qualcosa che non sappiamo?

Qualcuno dirà: “Ma no, un selfie è solo un selfie! Mi piace farlo! E questo basta!”

Ma quante cose vengono fatte così, senza riflettere, pensando stiano procurando un piacere le cui conseguenze nel tempo si sono rivelate al contrario deleterie?

Pepita Onlus,  un’associazione che si occupa di animazione ed educazione nelle scuole e negli oratori, ha condotto uno studio molto complesso attraverso un questionario sottoposto a 900 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni in diverse città italiane. «I risultati sono allarmanti - ha spiegato il presidente Ivano Zoppi - il 51% ha ricevuto immagini o video di amici o amiche in costume da bagno o in atteggiamenti sessualmente espliciti. Il 37% dichiara di averle condivise online senza il consenso dell’interessato. Lo fanno per essere notati, per avere attenzione, perché così pensano di guadagnare valore e credibilità nel gruppo. Non pensavo al fatto che nel Web tutto rimane visibile da tutti per sempre. Non pensano di poter creare disagio psicologico, non pensano che sia pericoloso».

Purtroppo è proprio ciò che accade: si crea con il proprio cellulare un rapporto esclusivo nel quale l'altro c'è e non c'è, un po' come un fantasma di cui si teme la presenza ma che allo stesso tempo si sottovaluta perchè non è visibile. Si crea una sorta di disinibizione, una sensazione di possibilità senza i confini dati dall'interazione dell'altro su un piano reale, tangibile.

L'evoluzione e la crescita dell'individuo prevedono infatti che dallo specchio che riflette la propria immagine, permettendo così la dinamica del proprio riconoscimento, si vada oltre,  alla ricerca di una relazione con l'altro nel quale potersi rispecchiare, ritrovare parti di sé, confrontarsi.

É nella relazione con gli altri infatti che i confini propri e del mondo esterno diventano più tangibili e sperimentabili. La relazione mediata attraverso un oggetto come il cellulare, con tutti i suoi dispositivi (social networks etc) può porre l'individuo in una posizione autistica, dove si può solo immaginare quello che può provare o pensare il mio interlocutore virtuale. E quanti fraintendimenti si creano in tal modo, quante paranoie e deliri? Mostrare il proprio corpo dinanzi al display di un cellulare, fotografarlo e inviarlo ad un amico che a sua volta magari lo condivide con altri, dà immediatamente l'idea di una sorta di lancio di frammenti di sé nello spazio infinito del digitale, creando forse un'immagine mitica di sé, quell'immagine che si vuole rimanga per sempre.

La prossima volta che vi fate un selfie provate a fermarvi per un attimo (o meglio due!) e a riflettere sul perchè lo state facendo. Potrebbe essere che il selfie lo farete lo stesso, ma avrete in tal modo interrotto quel meccanismo da pilota automatico che molto spesso si “installa” dentro di noi, portandoci molto spesso a compiere azioni senza consapevolezza.

Dr.ssa Anna Scelzo
Psicologa Psicoterapeuta




Dott.ssa Anna Scelzo
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